Un'altro bicchiere svuotato in poco tempo ed è solo da poche ore che sono qui.
All'arrivo ad accogliermi nebbia, vento e pioggia. Sapevo dei capricci del clima di queste terre. Quasi un augurio di benvenuto nel mezzo di quell' umida oscurità.
I colori grigi e verdi che ho sempre pensato sono davanti a me, reali e concreti, ma altri sono i colori vivaci che stupiscono e ti confondono le idee.
Andare in certi luoghi fino ad ora sconosciuti è un po' fare i conti con la tua realtà. E' un susseguirsi di domande su come sarebbe stata la tua vita se fossi nato qui o altrove. Come il tuo senso della vita sarebbe stato diverso, come la naturale evoluzione avesse cambiato il tuo essere. I nostri pensieri, i nostri dogmi, le nostre paure, le nostre verità, ti accorgi che derivano molto dal contesto che ti circonda, che ti spreme, che da tutto quello che nasce dentro di noi. Le radici sono fuori di noi, noi possiamo solo prenderci cura di loro, elaborarle, adattare al nostro modo di essere. Una continua evoluzione.
Seduto qui, mentre il locale a quest'ora del pomeriggio inizia a riempirsi, guardo dalla finestra infondo alla sala; c'è più luce, il sole anima le vie. I volti delle persone che incrocio incuriosiscono, leggo quel che posso attraverso i modi e i gesti di sconosciuti, vite lontane e vicine che con tutta probabilità mai più incontrerò, forse è per questo che ho avidità di immagini, di sensazioni. Raccogliere quei distratti momenti come souvenir di vite sconosciute, reali nella loro naturalezza, entrando e uscendo da un pub all'altro, in un groviglio frettoloso e stancante, bere come non ricordavo di aver fatto da molto tempo a questa parte.
Fotogrammi silenziosi si rivelano in quegli attimi davanti a me. Sentirmi qui da solo in questo viaggio, accompagnato da persone sbagliate. Sono barriere che si creano tra le persone nonostante le conosci da tempo, quando alla meglio non si ha più niente da dirsi, o alla peggio non si è mai condiviso un idea, un pensiero nonostante anni di frequentazioni e di scontri. Scontri che fortificano rapporti ma che alla lunga senza un punto in comune finiscono per annoiare ed allontanarti, a non darti più niente. Le "alchimie" lontano da casa si affievoliscono. Deliri composti sull'ordine delle cose. La Garda ad inseguirmi nei vicoli ciechi dentro di me, senza mai raggiungermi. Ma so che mi basta questa gente di questa sconosciuta Dublino.
Passeggiando tra i viali della periferia tra case basse, ordinate, accoglienti nei loro spazzi vitali, gli alberi già fioriti, la sera sulla Baia giunge, arrossando le nuvole diradate in cielo. In un ordine tridimensionale le luci si accendono, la città cambia volto in una tonalità crepuscolare piacevole. Ancora Guinness a scorrere nella gola con il suo gusto amaro così simile al sapore della vita. Osservo di continuo tutte queste persone riversate dalle cinque di pomeriggio nei Pub di Temple Bar a dimenticarsi, a confidarsi tra sconosciuti, a divertirsi immersi tra pinte di birra scura che sembra non bastare mai. Molti di quei volti ti raccontano di loro con parole che prendono vita. Non è importante se la loro lingua a me è quasi sconosciuta, io capisco, loro capiscono me, nell'imbarazzo gesticolante di parole confuse. In un risveglio dei sensi la radioattività pare sia già qui, arrivata da lontano, si sente nell'aria. Lascia immagini stampate sulle pareti della città come radiografie. E in quelle immagine vedo sempre lo stesso profilo, lo stesso sguardo intenso, mi segue, mi osserva. Io seguo lei. Dentro e fuori dai locali, dentro e fuori da me, mi guida, in un vortice inspiegabile, mentre le ossa fanno sentire la loro stanchezza in attimi di quiete apparente al calar del vento.
Un susseguirsi di strade e locali, conoscenze sfottenti. Girovagando qua e la, fermandomi ad osservare il cielo nuvoloso di quei mutevoli istanti, tra mercatini affollati e chincaglierie appariscenti, mentre un berretto dalle tonalità verdi mi sorprende nelle sua morbidezza, confondendo il rosa velato che svelava fotografie a chilometri di distanza, in altri luoghi, aprendo stati mentali in invitanti angoli nascosti. Fino a passeggiare lungo il mare, accompagnato da un vento che ti taglia in due senza disturbarti, portandoti nella lontananza selvaggia del verde delle colline che circondano le luci della città.
In quel verde ti perdi, non ritrovi più la direzione, così diverso, a tratti così familiare, affoghi nel nero dei laghi di torba e nell' oscurità liquida delle tante Guinness bevute in quei pub troppo pieni che, stranamente non ti infastidiscono. La primavera si insinua tra le terre e i rigagnoli di acqua nera che scendono dai crinali arrotondati e spogli.
Le devastazioni, i movimenti della terra non erano poi così lontani, si avvicinavano pesantemente provenienti da altre parti del mondo. Inquiete e fuggevoli riflessioni sulla follia, di quelle ultime ore stanche con la poca voglia di riprendere il volo e tornare a sud, nel disordinato ordine delle cose. Insani pensieri all'ombra dell'ultima pinta tra la gente d'Irlanda, con il suono di violini e fisarmoniche a scandire lo scorrere delle lancette, nell'ultimo tuffo dentro quegli occhi irrequieti.
Dovevo perdermi. Avrei voluto perdermi in quelle notti d'Irlanda, ma avevo un indirizzo in tasca e c'erano troppi taxi quella notte a Dublino.
Diario di un breve viaggio lontano da qui nel mese di marzo 2011 mentre la terra tremava, l'acqua devastava, la radioattività si disperdeva nell'aria.
Questioni di qualità o solo formalità? Continuerò a non studiare a non lavorare a non guardare la tivù. A non andare al cinema a non fare sport. A evitare le insegne luminose che attirano allocchi. A non essere pigro di testa. A non mentire. Ma ben vestito, quello si
Questioni di qualità o solo formalità? Continuerò a non studiare a non lavorare a non guardare la tivù. A non andare al cinema a non fare sport. A evitare le insegne luminose che attirano allocchi. A non essere pigro di testa. A non mentire. Ma ben vestito, quello si
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sabato 7 maggio 2011
giovedì 28 aprile 2011
Fukushima mon amour
"E' probabile che noi moriremo senza esserci mai più rivisti."
"E' probabile, si. Salvo forse un giorno, la guerra."
"Si, la guerra."
La sera rossastra, il sole ad ovest, alle spalle, un verde irreale un momento fatale, l'oceano laggiù, in una calma apparente, spettrale.
La centrale devastata, liberata dal suo guscio l'energia cattiva scaturita dalle tenebre umane.
Lui e Lei. Immersi in un attonito silenzio di devastazione, circondati da quel veleno trasparente, attorniati dai ciliegi in fiore colmi di sensuale bellezza e vaneggiata speranza.
Un ultimo rincorrersi, sfiorando le labili emozioni di quel momento senza fine certa.
Come elettroni a girare intorno a quel nucleo a forma di cuore che li stringeva alla realtà, in una primavera atomica senza alba, senza speranza.
Solo resti, scorie di una guerra mai combattuta, persa, senza resa, senza onore.
Trema la terra, sussulti violenti, come a volersi scrollare di dosso i germi che la insidiano.
La radioattività uccideva i loro corpi, avvelenava lentamente le loro anime deboli in quelll'inferno invisibile.
Gocce amare sopivano la sensibilità, poco a poco, intontivano l'intensità dei silenzi rotti da faticanti parole di nulla.
Il cielo violaceo sopra Fukushima, era un presagio satollo di energia, quell'energia contrastata dalla forza di un abbraccio avvolgente e violento, contaminato da milioni di particelle impercettibili. Penetranti aghi nelle carni giovani oramai indebolite, segnate da un inutile coraggio, da un ultimo sussulto di dignità beffarda.
Le parole cadevano nell'aria come petali, leggere e amorali, le colline dolci scendevano come a posarsi nelle braccia del mostro, sdraiato tra macerie, lamiere contorte. nelle ombre nascoste dell'animo umano.
Un ultimo inutile tentativo di fermare quello che non si può fermare.
L'estate sarà veleno iniettato lentamente nel loro sangue, nelle nostre certezze divenute inutili
Tra millenni e mutevoli trasmigrazioni di anime, i fantasmi smetteranno di inseguirli nell'oblio.
Si ritroveranno all'ombra dei ciliegi in una primavera post atomica.
Vomiteranno ricordi privi di senso in un susseguirsi di dubbi intrisi di dolore nell'inspiegabile proseguio dell'assurdità umana.
Fukushima, sarà il suo nome.
"E' come l'intelligenza, la follia. Lo sai?
Non si può spiegarla, proprio come l'intelligenza: ti viene addosso, ti riempie di sè, e allora la capisci.
Ma quando t'abbandona, non la capisci più."
Liberamente ispirato con tutte le cautele del caso in lugubre chiave contemporanea da "Hiroshima mon amour" di Alain Resnais 1959
.
"E' probabile, si. Salvo forse un giorno, la guerra."
"Si, la guerra."
La sera rossastra, il sole ad ovest, alle spalle, un verde irreale un momento fatale, l'oceano laggiù, in una calma apparente, spettrale.
La centrale devastata, liberata dal suo guscio l'energia cattiva scaturita dalle tenebre umane.
Lui e Lei. Immersi in un attonito silenzio di devastazione, circondati da quel veleno trasparente, attorniati dai ciliegi in fiore colmi di sensuale bellezza e vaneggiata speranza.
Un ultimo rincorrersi, sfiorando le labili emozioni di quel momento senza fine certa.
Come elettroni a girare intorno a quel nucleo a forma di cuore che li stringeva alla realtà, in una primavera atomica senza alba, senza speranza.
Solo resti, scorie di una guerra mai combattuta, persa, senza resa, senza onore.
Trema la terra, sussulti violenti, come a volersi scrollare di dosso i germi che la insidiano.
La radioattività uccideva i loro corpi, avvelenava lentamente le loro anime deboli in quelll'inferno invisibile.
Gocce amare sopivano la sensibilità, poco a poco, intontivano l'intensità dei silenzi rotti da faticanti parole di nulla.
Il cielo violaceo sopra Fukushima, era un presagio satollo di energia, quell'energia contrastata dalla forza di un abbraccio avvolgente e violento, contaminato da milioni di particelle impercettibili. Penetranti aghi nelle carni giovani oramai indebolite, segnate da un inutile coraggio, da un ultimo sussulto di dignità beffarda.
Le parole cadevano nell'aria come petali, leggere e amorali, le colline dolci scendevano come a posarsi nelle braccia del mostro, sdraiato tra macerie, lamiere contorte. nelle ombre nascoste dell'animo umano.
Un ultimo inutile tentativo di fermare quello che non si può fermare.
L'estate sarà veleno iniettato lentamente nel loro sangue, nelle nostre certezze divenute inutili
Tra millenni e mutevoli trasmigrazioni di anime, i fantasmi smetteranno di inseguirli nell'oblio.
Si ritroveranno all'ombra dei ciliegi in una primavera post atomica.
Vomiteranno ricordi privi di senso in un susseguirsi di dubbi intrisi di dolore nell'inspiegabile proseguio dell'assurdità umana.
Fukushima, sarà il suo nome.
"E' come l'intelligenza, la follia. Lo sai?
Non si può spiegarla, proprio come l'intelligenza: ti viene addosso, ti riempie di sè, e allora la capisci.
Ma quando t'abbandona, non la capisci più."
Liberamente ispirato con tutte le cautele del caso in lugubre chiave contemporanea da "Hiroshima mon amour" di Alain Resnais 1959
.
lunedì 25 aprile 2011
La lunga notte
Lo scenario che si apriva era disarmante, il chiaro scuro tenue della nottata faceva sembrare quel luogo disperso, irreale. Ogni scelta era discutibile e non senza rischi. Nel pacchetto accartocciato rimaneva una sola sigaretta, da dividere in tre. La notte era lunga.
Il gelo di quel'inverno 1944 aveva raffreddato anche gli animi più sereni e convinti. Decidere era sempre più difficile, sotto una pressione dura da reggere. Il nemico poteva essere nelle loro stesse condizioni, ma non era dato pensarci, l'importante era temerlo, continuare a temerlo.
Agire sempre come se fosse davanti a loro, pronto a fare fuoco.
Il buio dei boschi e i rimasugli di neve ghiacciata accompagnavano i ragazzi all'incontro con la Staffetta.
In un silenzo surreale ed inquietante. La luna, oltre le creste, stendeva un leggero velo di fioca luce. Il giusto per poter tenere le lampade spente e per distinguere i contorni delle immagini che si ponevano davanti agli occhi assonnati di quelle temerarie sentinelle, indebolite dalla battaglia di sopravvivenza con la natura.
L'ora era giunta, accompagnata da un groppo alla gola soffocante. Nei dintorni nessun movimento, lo sguardo scandagliava il minimo angolo, alla ricerca del più piccolo segnale. In fondo un leggero movimento di rami rinsecchiti, un sussulto li raggiunse, il cuore impazziva, le mani abbracciarono il Mab in un gesto oramai automatico. La sua voce flebile subito a tranquillizzarli. Apparve con tutto il calore che emanava, i capelli sciolti lungo la schiena sopra la pesante giacca e la sua visibile fatica. Lentamente si lasciò sfilare il pesante zaino dalle spalle. Li guardò negli occhi, come un ideale abbraccio. Il suo viso, era luminoso, sillabando qualcosa si voltò. Il sentiero in discesa le si apriva davanti. Era la prima volta che saliva lassù.
mercoledì 19 gennaio 2011
In un bar, sotto il mare
In queste mattine nonostante le solite abitudini, i soliti orari c'è qualcosa di diverso fuori. Ad attendere i miei occhi ancora altrove c'è un alba silenziosa, limpida ancora scura dove le ombre risaltano i colori dell'orizzonte e Venere sembra osservarci da lassù. Appena sotto è come tuffarsi nelle profondità dell'oceano, mi immergo in una densa nebbia dove i raggi del sole non penetrano, diventano un ricordo. Mi ritrovo a pensarci in quel bar davanti al solito caffè, leggendo le pagine porno dei quotidiani di questi giorni. Ricordo libri e dischi, scritti, suonati in bar sotto il mare. Tutta la giornata passata circondato da aria umida e bagliori di lampioni. Quasi fosse una dimensione parallela dove il tempo scorre in modo diverso ed i secondi si dilatano, a volte più brevi, a volte più lunghi. Fino a sera dove correndo su asfalti umidi salgo lentamente verso le rive di quell'oceano mentale. Avvicinandomi alla superficie la luce inizia a filtrare cambiando nuovamente i contorni, le prospettive. Velocemente riemergo e come a prender fiato la bocca mi si apre, tra lo stupore e l'automatico. A rivelarsi davanti a me è un tramonto dai colori ancora deboli su un mare bianco che entra tra le valli come se d'un tratto fossi catapultato in qualche terra del nord. Ad est la luna è enorme, rosa, li, quasi la puoi sfiorare.
Come due dimensioni, terre sommerse e terre emerse.
Intanto il sole cala lentamente nel suo continuo andirivieni.
E' cinque giorni che è così, è cinque giorni che ne rimango stupito.
Come due dimensioni, terre sommerse e terre emerse.
Intanto il sole cala lentamente nel suo continuo andirivieni.
E' cinque giorni che è così, è cinque giorni che ne rimango stupito.
venerdì 31 dicembre 2010
Le porte, i bicchieri
La schiena appoggiata sul bancone, la luce bassa non impediva di scrutare nei minimi dettagli le persone che mi circondavano.
Sul palco i suoni e i rumori si susseguivano, come rincorsi da un'ombra invisibile, la fine,"The End". Tenevo stretto in mano il bicchiere con gli ultimi sorsi di cubalibre. Mi atteggiavo infastidito da persona normale, la chitarra strideva, l'anima anche. La porta a vetri d'ingresso stava sulla mia destra, mi giravo di scatto ogni qualvolta la sentivo sbattere.
Una nota, un rumore un altro sorso, cambio di immagini veloci. La porta che si apriva, il buio all'esterno, piano lei si avvicinò a me. Non fù più lo stesso mondo da quella volta.
Sul palco i suoni e i rumori si susseguivano, come rincorsi da un'ombra invisibile, la fine,"The End". Tenevo stretto in mano il bicchiere con gli ultimi sorsi di cubalibre. Mi atteggiavo infastidito da persona normale, la chitarra strideva, l'anima anche. La porta a vetri d'ingresso stava sulla mia destra, mi giravo di scatto ogni qualvolta la sentivo sbattere.
Una nota, un rumore un altro sorso, cambio di immagini veloci. La porta che si apriva, il buio all'esterno, piano lei si avvicinò a me. Non fù più lo stesso mondo da quella volta.
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